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Il Consiglio Regionale ha votato l’ammissibilità dei quesiti referendari proposti da 132 Comuni
“Si tratta ora di modificare la legge regionale, impedendo ogni possibilità di privatizzazione dei servizi idrici”
Milano, 5 febbraio 2008 - Il Consiglio Regionale della Lombardia ha oggi, 5 febbraio, finalmente votato, dopo 4 rinvii, l'ammissibilità del Referendum per l’abrogazione della legge regionale sull'acqua, la n. 18/2006. Il Referendum è stato ammesso con 34 voti a favore - molti più dei Consiglieri Regionali di minoranza - 25 astensioni e nessun contrario. Come si ricorderà, il Referendum è stato richiesto da 132 Comuni della Lombardia e sostenuto dal Contratto Mondiale sull’Acqua, dai vari Comitati lombardi e dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.
Ma l’impegno contro la privatizzazione dell’acqua in Lombardia non è finito qui: in Commissione Ambiente è infatti approdato il Progetto di Legge presentato dalla Giunta Regionale che intende cambiare solo alcuni punti. Nel PdL l’unica “apertura” è la possibilità di affidare l’erogazione alla stessa società patrimoniale “in house” per un massimo di 7 anni. Se da una parte si tratta di un arretramento della Giunta, dall’altra il PdL non recepisce le indicazioni referendarie sui modelli gestionali e la natura pubblica dei servizi idrici.
Il Comitato auspica che i 132 Comuni referendari tengano ferma la richiesta al Consiglio Regionale; nella direzione auspicata dai 57.000 cittadini lombardi e dai 400.000 italiani che hanno sostenuto la legge di iniziativa popolare nazionale (www.acquabenecomune.org) e che ora chiedono di:
1. far rispettare la moratoria votata dal Parlamento, che sospende fino a dicembre 2008 ogni nuovo affidamento a società di capitali;
2. consentire l’affidamento del servizio idrico ad enti di diritto pubblico (di proprietà dei Comuni).
L’acqua è un bene essenziale che non può essere gestito pensando al mercato.
REFERENTE PROVINCIALE
FORUM BERGAMASCO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA
lorella lari
email forumacquabg@googlegroups.com
…ma corrono solo i signori del mattone padroni di Milano
Da mesi a Milano siamo bombardati dalla promozione per la candidatura della città a sede dell’Expo 2015. A dispetto di quanto ci facciano credere i mezzi di informazione, Milano non è ancora la città prescelta per ospitare l’Expo. La decisione verrà presa a marzo 2008 dal BIE (Bureau International des Expositions) che dovrà scegliere tra Milano e la città turca Smirne.
Tuttavia la grande avventura è già cominciata. Il 2015 è così lontano che si corre il rischio di non dare molta attenzione a quello che potrebbe succedere nei prossimi 7 anni. Allora apriamo gli occhi e chiediamoci: l’expo rappresenterà veramente un’opportunità di sviluppo economico per la collettività?
Prima amara riflessione: siamo in Italia, il paese dove le manifestazioni internazionali hanno portato grande entusiasmo ma hanno lasciato anche polemiche e inchieste penali per sprechi e speculazioni, vedi le Olimpiadi invernali 2006 a Torino, le Colombiadi 1992 a Genova e, più indietro, Italia 90. Anche l’Expo a Milano porterà tanti soldi da spendere, tanti interessi da mediare e tanti appetiti da soddisfare. Allo start, in questa grande avventura, si presenteranno in prima fila imprenditori e immobiliari, ma anche bancari, assicuratori, eccetera eccetera. Al traguardo i vincitori troveranno un premio costituito dai soldi pubblici che verranno affidati ai soggetti privati, i quali realizzeranno le opere necessarie senza essere sottoposti a controllo.
La premessa per questa grande avventura è già avvenuta. Si tratta della delibera del consiglio comunale riguardo l’accordo del 19 luglio 2007 per la concessione in diritto di superficie al Comune di Milano di 1.280.000 metri quadrati di terreno al confine con la nuova fiera di Rho-Pero, che sono metà di proprietà della Fondazione Fiera Milano, l’altra metà della famiglia Cabassi,. Il Comune se ne servirà per ospitare le strutture ed i servizi utili all’Expo 2015. Una volta chiusa l’expo qualcosa resterà al Comune (55 mila metri quadri) e gli edifici costruiti verranno demoliti, a spese del Comune, per restituire ai legittimi proprietari, cioè alla famiglia Cabassi e alla Fondazione Fiera - alias Compagnia delle opere – un’area dotata di ogni confort (autostrada, metropolitana, ferrovia, aeroporto) per destinarlo alle più belle imprese immobiliari. L’offerta più alta per l’acquisto dell’area (523 milioni di euro, la base d’asta partiva da 300 milioni) è stata fatta dalla cordata internazionale di CityLife, composta da Generali Properties, Ras, Gruppo Lar Desarollos Residenciales, Lamaro e, infine, Progestim e cioè Fondiaria Sai alias Salvatore Ligresti, il re dei mattoni negli anni gloriosi di Craxi. Partendo da un investimento di tali proporzioni riusciamo ad immaginare l’entità del guadagno? Basti pensare alla licenza che il Comune consentirà affinché venga raddoppiato l’indice di edificabilità della zona da 0,65 mc/mq (quello previsto a Milano per i nuovi progetti sulle aree dismesse) a 1,15 mc/mq. Dopo l’expo resteranno quasi un milione di metri cubi edificabili. In poche parole, si sta servendo su un piatto d’argento un’area che verrà sfruttata intensivamente per solo business speculativo.
Non sono previsti ampi spazi per il verde e per le aree sociali (scuole, parchi, eccetera). D’altronde Milano offre già troppi parchi ed aree pubbliche alla cittadinanza... Invece aspettiamo con ansia, dopo la grandiosa Expo 2015, la realizzazione dei nuovi appartamenti da 5000-7000 euro al metro quadro che acquisteremo facilmente approfittando di mutui bancari vantaggiosissimi.
UN’ALTRA EXPO E’ POSSIBILE:
• Utilizzando le strutture già esistenti di Rho-Fiera e FieraMilanoCity
• Migliorando il sistema di trasporto pubblico per l’accesso dei visitatori
• Trasformando le aree circostanti in parchi permanenti che resteranno tali anche dopo l’evento
• Investendo i fondi pubblici stanziati per l’Expo e per le opere collegate per affrontare i problemi del trasporto pubblico, dell’energia pulita, dei precari, della scuola pubblica, della mancanza di case a prezzi accessibili
• Promuovendo un modello di città e di territorio a impatto ambientale bassissimo ed innescando un processo di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte riguardanti il loro territorio.
COS’E’ L’EXPO?
Con il termine Expo si intende una esposizione mondiale, universale. È il nome generico che indica diverse grandi esposizioni tenutesi fin dalla metà del XIX secolo.
Le esposizioni riguardano temi che interessano la gamma completa dell’esperienza umana e solitamente hanno un argomento base che viene utilizzato come riferimento per la costruzione di padiglioni che rappresentano l’opinione delle varie nazioni sull’argomento stesso. Ad esempio il tema dell’Expo di Lisbona (1998) era “l’acqua”, mentre quello dell’Expo 2005 che si tenne in Giappone era la “saggezza della natura”.
Il BIE (Bureau International des Expositions) è l’organismo ufficiale che sancisce queste esposizioni.
Introdotto il provvedimento che regola gli ingressi nella zona centrale di Milano: ma servirà a qualcosa?
Il 2 gennaio, ha preso finalmente il via l’esperimento del ticket “alla milanese”, meglio noto come Ecopass.
Ci si è arrivati dopo un percorso lungo e tormentato, in cui la natura, l’oggetto, l’estensione, l’esistenza stessa del provvedimento sono stati più volte rimessi in discussione, anche all’interno della maggioranza che guida la città, con una successione di compromessi al ribasso dettati soprattutto dal timore di mettersi contro alcune categorie di cittadini ed elettori (il c.d. “partito dell’automobile ad ogni costo” che, si badi bene, costituisce una minoranza nella città, per quanto molto attiva e a volte assai rumorosa). Tra essi i rappresentanti dei commercianti, da sempre ostili ai provvedimenti di limitazione del traffico.
L’ultima discussione all’interno della Giunta di Palazzo Marino è costata il posto all’assessore alla Salute, Carla De Albertis. Paradossale ma assai sintomatico il suo voto contrario: evidentemente, a qualcuno non risulta ancora del tutto chiaro che l’inquinamento nuoce anche alla salute di tutti i cittadini, che provoca malattie e morti e non solo qualche passeggero disagio, e che, alla base, c’è un tema fondamentale di qualità della vita nella nostra città, di tutela degli interessi collettivi, anche costituzionalmente protetti, come il diritto alla salute, che non possono essere ogni volta subordinati agli interessi economici e al profitto.
Peraltro, Milano mette sempre molta enfasi in ciò che fa, quasi come se dovesse ogni volta evidenziare che è la prima della classe, sottolineare che la sa più lunga, che fa sempre qualcosa meglio degli altri.
A volte un po’ di umiltà gioverebbe forse di più.
Come dunque non notare la campagna di comunicazione sul ticket, partita in questi giorni?
Annunciano i manifesti: “Con Ecopass via libera alle auto che non inquinano”.
Orbene, considerato che le auto inquinano anche da ferme, a voler dire fino in fondo le cose come stanno, l’unica auto che non inquina è quella che non c’è. E dunque occorre privilegiare mobilità alternative all’automobile: bici, mezzi pubblici, mobilità pedonale, car sharing...
Questa è la vera sfida per Milano, bisogna esserne consapevoli.
Si dice giustamente che Milano “attrae ma non trattiene”: questa è un’occasione importante per invertire una tendenza altrimenti non reversibile.
Disabili, anziani, bambini, pedoni, ciclisti: cittadini cui va restituita libertà, autonomia e sicurezza negli spostamenti. Interpretare i loro bisogni significa saperne assumere il punto di vista, collocarsi nella loro prospettiva visuale, smettendo di pensare, come sin qui si è fatto, che l’unica mobilità debba essere quella invasiva dell’automobile privata sempre e comunque (anche se a motore cosiddetto “pulito”), e le altre semmai a seguire. O la città si occupa finalmente di loro, o non è una città, ma una giungla.
Si provi a chiedere a un genitore come riesce a muoversi in città con i propri bambini, con o senza passeggino. Oppure a domandare a un disabile con quale grado di autonomia riesce a spostarsi a Milano. O invece a interrogare i molti che nella nostra città ancora temono di utilizzare la bici, chiedendo loro “perché” e ascoltandone le ragioni.
C’è una mobilità “disarmata” che attende risposte.
E’ nell’interesse di tutti che questo non lo si dimentichi.